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Il binomio malato-malattia rappresenta un’unità inscindibile. Nell’evoluzione della medicina scientifica è stata data un’eccessiva attenzione allo studio delle malattie e delle loro classificazioni, mettendo in secondo piano la reattività individuale di ciascun individuo e perdendo quella visione sistemica del malato che permette una adeguata comprensione dei meccanismi e delle complesse relazioni che portano alla perdita dello stato di salute. L’omeopatia offre un modello di approccio al malato in cui questa visione di insieme è fondamentale. Secondo Luigi Turinese, oggi, si può realizzare una Medicina Integrata che fonda i diversi saperi e crea i presupposti per una nuova visione della medicina in grado di interpretare la complessità e la diversità dei pazienti nel contesto delle moderne scoperte scientifiche.
A questo proposito abbiamo intervistato il Dr. Luigi Turinese:
Innanzitutto cosa intende per Medicina Integrata e qual è il ruolo del medico all’interno di questo progetto?
Nell’evoluzione di quella che chiamerei una visione critica della Medicina, abbiamo assistito nel tempo all’affermarsi della medicina alternativa¸ poi della medicina complementare. In entrambi i casi, l’enfasi veniva posta su un sapere separato. Poiché il medico moderno deve, a mio avviso, operare con un sano contestualismo, decidendo di volta in volta quale strategia è migliore per il paziente, mi sembra più utile abbracciare un intelligente opportunismo clinico, valutando se utilizzare l’omeopatia in prima battuta oppure intervenire con mezzi convenzionali (allopatia, chirurgia), lasciando alla terapia omeopatica il ruolo di trattamento di fondo, o infine lavorare con un doppio binario, finché lo si reputi necessario. Insomma, omeopatia e allopatia non più contrapposte ma, appunto, integrate, in un progetto di medicina di ampio respiro. Per realizzare questo ambizioso progetto il medico omeopata – meglio il medico tout court– deve essere aggiornato e uscire dall’isolamento in cui spesso si è relegato da sé: in questo modo egli abbandonerà anche la retorica querula dell’omeopata perseguitato, costretto a entrare sulla scena clinica dalla porta di servizio. Vogliamo entrare dalla porta principale, ne abbiamo i mezzi culturali e scientifici.
Lei sostiene che non è esatto affermare che la medicina è una sola, mentre scrive che “il medico è uno solo”: cosa intende realmente, e quanto una buona relazione terapeutica può aiutarci non solo a guarire ma anche a ritrovarci?
Penso che la medicina, come ogni attività umana, sia l’espressione di una cultura, intesa come un complesso sistema di elementi interconnessi. In questo senso non può esistere una medicina a-storica e monolitica. Il medico deve servire la medicina del suo tempo e “tenere insieme”, oltre che un sapere condiviso, anche gli elementi più eterodossi: egli è “uno solo”, in quanto individuo che si assume la responsabilità di governare un sapere molteplice. Therapeìa, in greco, significa servizio: il medico è al servizio della sua arte e, attraverso una relazione particolare come la relazione terapeutica, al servizio del paziente. Quest’ultimo si giova di un sistema medico che, sulla scorta dell’ambizione a trovare un protocollo terapeutico individualizzato, lo spinge a interrogarsi sulle modalità peculiari del suo essere malato. Questa attenzione alle dinamiche della sua specifica fisiopatologia gli insegna a (ri)trovarsi.
Se la qualità maggiore di un buon medico è la capacità di attenzione,quanto è importante la consapevolezza che il paziente ha di se stesso? Se qualche anno fa abbiamo posto fin troppa enfasi in questo senso, non è che oggi, al contrario, stiamo di nuovo dimenticandoci di noi?
Il mio primo libro, Biotipologia. L’analisi del tipo nella pratica medica (Tecniche Nuove, Milano 1997/2006), si concludeva proprio con le parole “[…] la medicina è, sopra ogni altra cosa, un’arte dell’osservare”. Da allora non ho cambiato idea; credo semmai che la proposizione si possa allargare al paziente, nel senso che un’alleanza terapeutica soddisfacente costituisce la base perché il paziente, come accennato sopra, sviluppi una maggiore attenzione a sé: al suo modo di funzionare, alle sue disfunzioni, alle sfumature e alle concomitanze cui una medicina tecnologica non educa più, tesa com’è a valutare il casonella sua componente quantificabile e a ignorare ciò che non è misurabile. In questo modo va perduta la soggettività del corpo vissuto, e con essa la partecipazione del paziente al dispiegarsi dell’orizzonte di cura. Egli – il paziente – diviene oggettodi attenzione clinica e non è mai soggetto del proprio destino fisiopatologico. In un modello di medicina integrata, invece, il paziente si riappropria della sua soggettività e accede, insieme al suo medico, alla dimensione della medicina narrativa: si attua così il passaggio dal corpo fisico al corpo vissuto
Sesso e genere (femminile e maschile) quanto possono - e devono - influenzare l’approccio medico e farmacologico?
La medicina di generesi sta affermando come un approccio che conferisce maggiore profondità alla clinica medica, a partire dalla considerazione elementare che uomini e donne hanno una fisiologia diversa e dunque anche sfumature diverse nell’espressione delle varie patologie. Ne deriva una diagnostica più fine e di conseguenza una terapia maggiormente individualizzata. Non si tratta, come si potrebbe pensare, dellamedicina che studia le malattie che colpiscono prevalentemente le donne rispetto agli uomini, ma di un approccio multidisciplinare che studia l'influenza del sesso e del genere sulla fisiopatologia e sulla clinica di tutte le malattie, dell'uomo come della donna. Nel mio ultimo libro, Modelli Psicosomatici(Elsevier, Milano 2009), ho affidato una delle due appendici a Paola Marina Risi, ginecologa e tra i massimi esperti italiani di Medicina di genere.
Quanto incidono emozioni e stress sulla nostra salute?
Incidono molto, se consideriamo gli stretti rapporti, ormai pienamente documentati, tra sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario. Essi “si parlano” attraverso molecole (citochine, neurotrasmettitori, ecc…) che ne costituiscono l’alfabeto. La disciplina che ne è nata, la Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), rappresenta la più avanzata dimostrazione del funzionamento unitario dell’organismo e costituisce allo stato attuale la più avanzata base teorica per una medicina psicosomatica che voglia superare un persistente dualismo, a partire dalla stessa denominazione.![]()
Due ultime parole sull’evoluzione indispensabile dell’omeopatia: quali strategie e direzioni sta prendendo?
Da quanto abbiamo detto, appare chiaro che nella mia visione l’omeopatia dovrebbe giocare il ruolo di “ossatura” di una medicina basata sull’ascolto attivo e declinata su vari piani ma mai dimentica della sua natura “osservativa” e dunque del primato della semeiotica. Naturalmente applicare la terapia omeopatica, quando possibile da sola, sarà anche la risposta alla dilagante iatrogenesi (patologia dovuta a intervento medico o farmacologico); ma non deve essere questo, a mio avviso, l’argomento dominante.
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