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La città dei clown - Intervista a Ettore Sacchi, in arte Snàporaz


Pubblicato su Hod benessere n.33 - Inserito in

"La vera sfida nella Vita sta nel rimanere pazzi facendo finta di essere normali."

Può succedere che per un improvviso dolore la nostra vita cambi completamente direzione. Il vuoto che ci lascia una perdita a noi cara è così grande che per tentare di capire si può perfino trovare la forza di abbracciare una scelta che una volta avremmo definito con una sola parola: “folle”.

 

Come nasce l’Associazione Veronica Sacchi?
Nel 2001, dopo la perdita improvvisa di nostra figlia Veronica. Da questo momento è nato il desiderio di creare qualcosa interamente dedicato a lei. È così che ci è venuta in mente quest’Associazione, che vuole aiutare i giovani ad avvicinarsi al volontariato e poi sostenerli, formarli, promuoverli. Veronica aveva cominciato a fare i primi passi nel sociale e io e mia moglie ci siamo accorti che i ragazzi hanno bisogno di essere indirizzati per sfruttare al meglio le loro possibilità. Abbiamo dunque puntato sulla “clownterapia”, la famosa medicina del sorriso di Patch Adams. All’inizio il mio compito era quello di organizzare i corsi di formazione insieme allo staff di Clown One. Ogni corso, gratuito, dura 4 week-end e una volta “diplomati”, i clown dottori cominciano il tirocinio nei vari ospedali, orfanotrofi, ricoveri per anziani. Questo succede ormai settimanalmente, ma all’inizio li  accompagnavo solo qualche volta, un po’ per esserci, un po’ per dar loro coraggio.

E poi?
Mi è successa una cosa molto bella. Un giorno ci hanno chiesto di andare in una casa di cura per malati psichici, dalle parti di Genova. È qua che ho deciso il mio battesimo da clown. Mi hanno dato una giacca colorata e un naso rosso e ho iniziato. Mi sono comportato bene, forse anche per una certa predisposizione personale “a fare il cretino”. Ero consapevole del bisogno di far restare viva la mia ironia.

Cosa le è venuto meglio?
Ho cercato di usare la sensibilità. Mi sembrava importante il solo fatto di stare con quelle persone, ascoltarle, avere piacere di esserci. La giornata è stata molto intensa e ho percepito con chiarezza che era quella la strada che stavo cercando. Era l’inizio di una nuova vita. Forse cercavo delle risposte, forse questa strada me l’aveva indicata mia figlia Veronica. La stessa Liguria aveva un significato, era il luogo dove Veronica ha avuto l’incidente. Nulla di casuale insomma, piuttosto un messaggio. Ecco. Ho sentito tutto questo come una motivazione molto profonda e ho continuato, andando soprattutto dove richiedevano risposte non facili. Così la settimana dopo eravamo a Torino, nel carcere delle Vallette, tra i collaboratori di giustizia, mafiosi pentiti con pene dai 5 anni all’ergastolo.

Ma tutto questo non bastava.
Sentivo che mi mancava qualcosa. Volevo capire esattamente perché lo facevo: se per stare con i ragazzi, per moda (si parla molto di clown oggi), per sentirmi utile, interessante, farmi dire che ero una bella persona… Insomma, avevo bisogno di mettermi alla prova e ho partecipato a un viaggio organizzato da Clown One nel sud Italia. Mattina e pomeriggio senza sosta in carcere, tra ammalati di tumore, malati mentali, reparti pediatrici, un campo profughi. Infine con delle persone disabili, tra le esperienze più dure che abbia mai vissuto.

Come ne è uscito?
Sono tornato molto provato. Profondamente colpito. Ma ho visto che la cosa funzionava. Non che si possa guarire con la clownterapia, ma ho avuto risposte confortanti, ho visto gente che rideva, si sentiva bene, ci voleva incontrare di nuovo.

Cosa l’ha spinta di più, l’emozione o il dolore?
L’emozione e la sfida che conteneva. Tant’è che subito dopo decisi di andare in Russia, 15 giorni tra Mosca e S.Pietroburgo. Era anche un’occasione per conoscere Patch Adams e non volevo perderla. Patch è davvero un personaggio speciale, di grande carisma, genuino, che crede sul serio in quello che fa. Abbiamo lavorato insieme in strada ma soprattutto negli orfanatrofi, la Russia ha circa 2 milioni di orfani tra cui molti bambini disabili, autistici, ciechi, muti, con cui interagire e comunicare non era per nulla semplice.

Neanche la lingua poteva aiutarvi…
È vero, ma io cercavo soprattutto di stare con quei bambini che mi parevano messi un po’ peggio. Mi ricordo una bambina cieca, molto piccola, con la testa nell’angolo del divano, il dito in bocca e una scarpa tenuta in alto con l’altra mano. È come se mi avesse attratto, volevo capire. Avevo come me una fisarmonica giocattolo, gliel’ho messa in mano e l’ho aiutata a schiacciare i tasti. Lei ha sentito il suono ed è rimasta colpita, si è come calmata di colpo e ha tirato giù il braccio con la scarpa. Poi ha iniziato a sorridere e io sono riuscito a prenderla in braccio e a tenermela così quasi per un’ora.

I ragazzi come reagiscono in mezzo a tutto questo?
In qualche modo se l’aspettano. Possono avere delle perplessità sul riuscire a far ridere alcune persone ridotte molto male, ma non li ho mai visti spaventati. Anche ultimamente siamo stati in Argentina, in mezzo alle “villas”, ai quartieri poveri di Buenos Aires e nel nord del paese, in un paio di ospedali e in un riformatorio di ragazzi ex tossici. Ma pur avendo assistito, soprattutto in strada, a condizioni di vita incredibili, a situazioni di abbandono e miseria, si sono adattati molto bene. Ovviamente questo aiuta a cambiare molti punti di vista, ogni cosa si ridimensiona…

Chi paga?
L’Associazione. Fa parte della nostra missione dare una mano a chi vorrebbe fare un’esperienza all’estero ma non può pagarsi il viaggio. 

In che modo queste esperienze l’aiutano?
Quando torno da questi viaggi e vado al Buzzi, dove i bambini sono puliti e tutto è a posto e sotto controllo, mi sento molto tranquillo, decisamente più a mio agio di prima. In secondo luogo sono esperienze importanti anche da raccontare ai ragazzi. Mentre per quanto riguarda la mia vita più intima, mi sento più vicino a mia figlia Veronica. Sono sicuro che là da dove mi guarda, sarà sicuramente contenta che suo padre abbia scelto questa strada. Non avendo una grande fede, sono riuscito ad “accettare” un po’ meglio quanto è successo proprio grazie a quello che sto facendo. Mi sono quasi dato le risposte che cercavo. La rabbia, l’angoscia, il dolore rimangono, però adesso so di fare delle cose molto belle per me e per gli altri e credo di dover dire grazie a Veronica. Quello che mi spiace è che talvolta si inizia a prendere certe strade solo davanti a quei dolori che cambiano la vita. Sarebbe bello avvicinarsi e partecipare in prima persona a esperienze del genere a prescindere da quanto ci è successo.
Talvolta, durante un viaggio, qualcuno di noi si chiede come possono rimanere le persone che avviciniamo e che poi, in qualche modo, abbandoniamo. È vero, anche se penso che sia sempre meglio fare qualcosa, anche poco, che niente. Mi conforta pensare che questo sia solo l’inizio. Prendiamo Patch Adams. Sono 15 anni che ogni anno va negli orfanotrofi russi, ce l’ha fatta perfino a tirar fuori dei bambini e a trovar loro dei lavori, farli diventare clown portandoli con sé e dando così delle piccole speranze agli altri ragazzini che incontrano insieme. Anche in Argentina abbiamo conosciuto un’Associazione locale di clown, chissà forse anche loro potranno un giorno formare altri clown. L’importante è la continuità.

La prossima sfida?
Continuare con i corsi  e le “uscite” di Milano al Buzzi, dove da più di un anno andiamo regolarmente 2 volte la settimana, e poi al Pini, al piccolo cottolengo Don Orione. L’attività dell’Associazione va bene ma la prossima vera sfida, meglio ancora “la missione” che vorrei organizzare come Associazione Veronica Sacchi senza appoggiarmi più a nessuno, è un viaggio in Palestina o in Afghanistan, negli ospedali da guerra. Un modo di entrare un po’ più nel profondo, anche se occorre aspettare che la situazione diventi meno pericolosa per non mettere a rischio la vita dei ragazzi.

Il sogno?
Una volta Patch Adams mi ha scritto: “non smettere mai di seguire i tuoi sogni più selvaggi”. Ecco, mi piacerebbe diventare un piccolo Patch Adams italiano, allargare l’attività e coinvolgere sempre più persone. Le cose da fare sono tante, e tante le idee. Pratiche soprattutto, come costruire uno scivolo per disabili nel nostro spazio e promuovere dei corsi di ballo, una danza/ginnastica ideata da una coppia in carrozzella che insegna anche a persone normali: il suo nome è danceability ed è una tecnica di danza che permette a persone "disabili" di ballare insieme a persone "abili" eliminanco così il concetto di diversità fra gli uni e gli altri.

Insomma, la clownterapia lavora.
Quando vedi un bambino sorridere, o una vecchietta malata informarsi di quando torni, alla fine è a te che si apre il cuore. A volte può succedere di sentirti molto stanco, sfogarti in un pianto, ma è sempre liberatorio e positivo, anche quando succede ai ragazzi. Sarà banale, ma sto sperimentando una cosa molto piacevole: più si dà agli altri più si riceve. 

 

Per ricevere informazioni sui corsi, ricordando che sono gratuiti, volontari e aperti a qualsiasi età:

Associazione Veronica Sacchi ONLUS
Via Don Guanella 11/2-4 (MM Precotto) - Milano
Tel. 02 27000276 
info@veronicasacchi.it


Scritto il 26/07/2011,

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