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La spada giapponese e la paura


Pubblicato su Hod benessere n.31 - Inserito in Salute » Discipline orientali

“L’Aikiken modifica lo spazio-tempo perché lo integra.” 

(Cognard André Shihan)

 

La prima volta che ho preso in mano una spada (bokken) durante una delle mie lezioni come principiante di Aikido ricordo di essere uscita dal dojo euforica, e benché fossero le undici di sera non sentivo né sonno né stanchezza. Allora non sapevo che il bokken, lavorando sull’asse terra-cielo, permette al nostro corpo di ricaricarsi: sapevo soltanto che avevo voglia di correre, saltare, di tornare a casa in bicicletta. Un po’ di anni dopo, mentre il mio insegnante (Jérôme Allamand, 4° dan) mi faceva “vedere” una tecnica (si trattava di un furikomi, un colpo quasi verticale in cui la spada passa dai punti vitali del partner, partendo dal basso e salendo attraverso ventre, sterno, gola), ho provato la netta senzione di essere divisa a metà, spaccata in due da qualcosa di invisibile. Per una frazione di secondo avevo perso qualsiasi riferimento, il tempo si era dilatato. Poi, appena abbassate le braccia il respiro, anzi quasi più che altro un sospiro, mi è tornato e tutto è rientrato nell’ordine consueto, però quella sensazione improvvisa, sorprendente, di sospensione e anche di strana libertà non mi ha più abbandonato. In Aikido si usano jo (bastone) e bokken (spada). Entrambe le armi sono di legno. Una scelta precisa, per un materiale simbolicamente di pace e soprattutto non “affilato” (anche se si narra che Musashi abbia ucciso in duello più di uno sfidante usando una spada di legno, più rapida contro le consuete, solide spade di metallo).

 

Che cosa è l’Aikido
Per capire come si usano queste armi riassumiamo brevemente che cosa è l’Aikido. Come dice il suo nome giapponese, l’Aikido è l’arte dell’armonizzazione delle energie (Ai-armonia; Ki-energia; Do-via). Il suo campo di azione è la relazione tra noi e l’altro, che si sperimenta attraverso prese, proiezioni e immobilizzazioni.
A livello interiore la ripetizione delle tecniche permette di prendere coscienza diretta -non attraverso la mente ma attraverso il corpo - delle nostre paure che si manifestano in rigidità, distanza, fino al blocco della relazione. Oppure, al contrario, in mancanza di tonicità, abbandono, annullamento di sé, il cui risultato è comunque quello di impedire l’instaurarsi di un reale scambio con l’altro.
Per avere il meglio da una relazione, e permettere a chi ci sta davanti di esprimere al massimo la propria energia è utile, se non necessario, far sentire all’altro che si ha fiducia in lui, che lo si accetta così come è, anche se ci sta attaccando. Questa regola - valida sia nel tai-ju-tsu (tecniche a mani nude), che nell’Aikiken (pratica con il bokken) e nell’Aikijo (pratica con il jo) -è particolarmente difficile da applicare quando l’altro impugna una spada, anche se di legno.
Uno dei modi che utilizza l’Aikido per dare fiducia all’attaccante è quello di non scostarsi dalla linea d’attacco e rassicurare così l’altro circa l’esito della propria azione; spesso addirittura si avanza verso di lui, dopo di che, scegliendo il timing giusto, si schiva il colpo spostando, nella forma base, il piede dietro - e quindi il fianco e la spalla che si trovano di profilo - in modo da trovarci vicini all’altro, ma fuori dal suo attacco.
Per compiere questa operazione, che in realtà dura frazioni di secondo, bisogna però superare un grosso ostacolo: la paura di non riuscire a schivare il colpo in tempo, avanzare dritti sotto l’attacco, e anche se la ripetizione della tecnica ci dimostra che tutto funziona, ogni volta la paura si rinnova, pronta - parafrasando Fassbinder - “a mangiarci l’anima”.
E con il progredire della pratica, quando gli attacchi si fanno più forti e veloci, la posta in gioco aumenta; ogni tecnica permette davvero di mettere in gioco se stessi, l’integrità del proprio insieme mente-corpo. Solo accettando il rischio di questa scissione interna, possiamo infatti accettare l’altro e integrare l’attaccante, avvolgerlo “con il proprio cuore”.

 

Attaccare col cuore
Per quanto riguarda l’attacco, è interessante notare che in realtà chi decide di attaccare esce da sé, dal proprio spazio sicuro, e si assume il rischio di cercare di “entrare”, anche se per il momento in un modo violento, nello spazio dell’altro. L’Aikido cerca di trasformare questa energia in qualcosa di co-creativo, qualcosa di nuovo per entrambi i partner che si sono messi in gioco.
Perché una tecnica agisca e funzioni, l’attacco deve quindi essere sincero, il corpo eretto, centrato, i due partner devono avere il timing giusto, una buona disponibilità di spirito e soprattutto la mente vuota. Quello che frena maggiormente, sul tatami (materassine che si usano nel dojo, luogo della pratica). come nella vita, è infatti la prefigurazione di ciò che sta per avvenire. Invece di vivere il presente, lo si immagina in anticipo, con il risultato che si è sempre in ritardo e inoltre si perde l’originalità dell’esperienza irripetibile di cui ogni attimo, diverso di per sé dal precedente, è portatore.  


Scritto il 09/08/2011,

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