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Il vuoto del cuore e l’indifferenza - Intervista con la Dr.ssa Patrizia Egi


Pubblicato su Hod benessere n.36 - Inserito in Salute » Medicina complementare

Dove sono finiti quei valori universali che un tempo sembravano in grado di colorarci la vita, di muovere sentimenti, emozioni, passioni…? Spesso si ha l’impressione di essere diventati grigi, che in giro ci sia poca voglia di comunicare, che di fronte al dolore si preferisca far finta di niente, passare oltre. Ma è davvero così? Per provare a capire ne abbiamo parlato con la Dr. Patrizia Egi:

 

Non so se oggi le persone siano grigie. Posso solo constatare che la psicoterapia assume sempre più il significato di un percorso di ricerca interiore. Chi decide di intraprendere un lavoro su di sé si pone delle domande esistenziali, la richiesta di aiuto nasce soprattutto dal bisogno intimo di interrogarsi, di comprendere in quale direzione andare, di capire quale sia il senso della propria vita. Le persone hanno voglia di sorprendersi, di ricercare dentro di sé un significato, una verità più profonda.

 

Non è un rischio? Invece di relazionarmi con ciò che ho intorno, e che mi fa paura, scelgo un atteggiamento introspettivo centrato unicamente su di me…
Non credo. Alla base dei malesseri che ci spingono verso un percorso psicoterapeutico spesso si cela una domanda più universale, un‘esigenza interiore non solo di tipo individuale. Abbiamo bisogno di vivere una dimensione più spirituale, non tanto legata alla religiosità quanto al sentimento del sacro. È vero che si parte sempre dall’individuo e dai suoi disagi, ma poi si cerca di capire il senso della nostra vita all’interno di un contesto più ampio, proprio a partire dal malessere che forse è indicatore di un’evoluzione mancata, di un cambiamento negato. Tanto più in questo momento, in un mondo privo di valori spirituali.

 

Prendiamo i tanti casi di cronaca tristemente famosi: attorno ad essi una grande curiosità morbosa, poche le riflessioni. Sempre più spesso, invece di soffermarci su quanto succede ci buttiamo nella banalità del voyerismo che sta assorbendo gran parte della nostra vita individuale e sociale. Ci lasciamo “drogare” da notizie ogni giorno più vuote di senso senza alcun coinvolgimento nella problematica reale che tocca il vuoto dei valori, l’incapacità reale di relazionarsi.
Ma l’individuo patisce questo vuoto sociale di valori. Allo stesso modo questo voyerismo ha bisogno di emozioni sempre più forti perché viviamo nel virtuale. Cogliere l’aspetto macabro delle situazioni è già in se stesso una forma di eccitamento. Il fatto che la nostra società di consumo ponga come valori dominanti i codici materiali non dà soddisfazione alle esigenze più profonde dell’individuo. Non siamo solo cibo, soldi, case, oggetti. Dentro di noi c’è una domanda esistenziale più profonda che va al di là di qualsiasi gratificazione materiale. Mai come in questo momento si rileva così tanto malessere sul piano psicologico. E forse il gusto voyeristico di cibo “forte” sul piano emotivo è l’illusione nevrotica di un recupero del sentire . È una risposta inadeguata e in linea con i codici sociali a un’esigenza profonda di cibo per l’anima.

 

Un altro problema è che non sono tante le persone che hanno voglia di diventare consapevoli, di prendere coscienza di quanto sta accadendo.
Certo. Se il malessere è dei più, la coscienza non è di tutti. Ma non è un problema di cattiva volontà, bensì di educazione. Educazione a nuovi modelli di espressione di sé. In questo senso va affrontato alle radici. Noi come Credes (Centro Ricerche Evolutive dell’Essere) negli ultimi anni abbiamo promosso in alcune scuole di Milano e provincia, un progetto di educazione all’ascolto delle emozioni per favorire nei bambini un ascolto e un colloquio con sé e con l’altro, perché imparino a esprimersi, a  raccontarsi, ad ascoltarsi, a entrare in contatto con sentimenti spesso negati, ad accogliere e valorizzare il loro sentire, i bisogni, le emozioni. Abbiamo utilizzato il gioco, la fiaba, la drammatizzazione e abbiamo potuto constatare che c’è molto lavoro da fare...

 

A chi attribuire parte di questa responsabilità?
Credo che la responsabilità maggiore sia dei modelli culturali. Avverto anche nei più giovani la mancanza e l’esigenza di valori spirituali, spesso confusi con i valori religiosi. Mi riferisco invece al senso del nostro “esserci”, alla sacralità della vita come percorso evolutivo, alla ricerca del significato di ciò che ci accade e ancora più semplicemente al recupero del contatto con l’interiorità. Allo stesso tempo occorre non fissarsi “nel momento”, ma lasciare che il movimento della vita si dia in un susseguirsi di morti e rinascite, che sono i passaggi evolutivi del nostro essere.

 

Forse mancano la voglia, il bisogno e il piacere di comunicare, si preferisce scappare…
Il fatto che le persone scappino  significa che non hanno gli strumenti per accogliere il “sentire”, soprattutto se doloroso. Ogni giorno divoriamo grandi quantità di dolore, ma per lo più lo facciamo nascosti dietro schermi: del televisore, del computer...
Manca una partecipazione autentica, attiva e in diretta, ognuno tende a proteggersi o con la distanza “fisica” o con quella “psicologica”, un atteggiamento di indifferenza che è un vero e proprio meccanismo di difesa. Al contrario, a partire dallo stimolo esterno, bisognerebbe incontrare l’effetto che produce dentro di noi, ascoltare il proprio dolore, accoglierlo, accettarlo, osservarlo… È molto impegnativo e noi non siamo educati a farlo perché viviamo in un contesto edonistico dove tutto ciò che è doloroso, brutto, vecchio, triste e malœato viene allontanato. Fa paura. La morte stessa è rimossa. Una volta, quando una persona stava morendo, se era ricoverata in ospedale la si portava a casa, affinché morisse nella propria stanza, accompagnata dai propri cari. Oggi succede il contrario, la si porta in ospedale, fa paura un morto in casa, non sappiamo più come comportarci. Anche i bambini sono grandi consumatori di immagini violente e di morte attraverso i video giochi, dove spesso si vince quanto più si spara, si elimina, si uccide...

 

Che fare in questi casi?
Penso che un bambino debba giocare alla lotta con il corpo, con il cuore, con le emozioni. La lotta virtuale è dannosa, autistica. Il video gioco carica il bambino di emozioni che tendenzialmente si accumulano in lui senza che possa scioglierle e lasciarle fluire. Vanno recuperati il corpo e la relazione con l’altro.

 

Che malesseri produce questo diffuso vuoto “di cuore”?
Innanzitutto un forte senso di solitudine, molto diffuso a prescindere dalla vicinanza fisica degli altri. È un sentimento che riguarda il rapporto con noi stessi perché denota una separazione tra noi e noi. Siamo soli perché non abbiamo la capacità di prenderci per mano, di parlarci, di aspettarci un po’ di più. Quando ci troviamo in queste condizioni, la prima cosa che tendiamo a fare è andare in mezzo agli altri, cercare conforto nelle persone che ci circondano (ma in questo caso stare con un’amica può semplicemente diventare l’alternativa alla pastiglia). Oppure, all’opposto, la risposta è isolarsi.

 

C’è un modo per iniziare a uscirne?
È importante accogliere quel malessere che rappresenta un segnale, il desiderio di un cambiamento di cui non siamo consapevoli fino in fondo e che non riesce in quel momento a esprimersi. Istintivamente verrebbe voglia di eliminarlo, ma se lo cancelliamo non ne cogliamo il significato più profondo. Sarebbe meglio decidere di non opporre resistenza, facendoci magari delle domande: che senso ha questo malessere in questo momento della mia vita, cosa vuole dirmi, come devo capirlo? Sarebbe utile dedicarci del tempo di riflessione. Nei modi che ci sono più consoni, con tecniche di rilassamento, di visualizzazione che portano ad un ascolto interiore più focalizzato. Si può anche chiedere aiuto ad uno psicologo, ma talvolta può bastare un atteggiamento più accogliente da parte nostra, prendere in considerazione che quanto ci sta accadendo è arrivato per comunicarci qualcosa, è un segno da decifrare, una spinta per cambiare atteggiamento. 


Scritto il 09/08/2011,

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