DRIIN, non credi di farcela da solo? Allora rispondi al telefono e... Pardon, leggi il nuovo Hod e chiediti se quella tua “spaventosa” solitudine non è che una scusa per non risolvere un problema, per non prenderti responsabilità e delegare la colpa a qualcun altro. È un bel test! ... Scopri
Quando parla di anoressia, la medicina tradizionale cinese dice che uno dei suoi meccanismi fondamentali è legato alla turba del “Po”, che corrisponde alla parte spirituale del polmone e che ha a che fare da un lato con la figura archetipica della madre, dall’altro con la capacità di percepire la forma del nostro corpo in sé e nello spazio. Sempre secondo la tradizione cinese noi abbiamo 7 orifizi nella testa - gli occhi, il naso, la bocca e le orecchie attraverso cui percepiamo il mondo esterno - e 7 “orifizi nel cuore” (come vengono simbolicamente chiamati), che ci permettono di non fermarci all’apparenza bensì di penetrare nella profondità delle cose. La bocca in particolare, con cui interagiamo con il mondo, rappresenta la nostra memoria storica che si può far risalire addirittura al momento della nascita. Nel caso della bocca di un’anoressica o di una bulimica, essa passa dall’atto di non mangiare a quello di ingerire cibo in modo spropositato e, infine, al momento drammatico del vomito.
Già nel IV secolo a.C., la medicina tradizionale cinese scriveva che il vomito indotto determina una diminuzione energetica dello stomaco, che in tal modo non riesce più a nutrire il rene, che a sua volta non dà più la forza necessaria all’individuo. Anoressiche e bulimiche si trovano così prigioniere all’interno di questo gioco perverso, con un crollo continuo anche della loro forza interiore.
Che fare?![]()
Innanzitutto va sottolineata l’importanza di curare questo genere di patologie con un trattamento profondo e un approccio multidisciplinare. L’agopuntura e la medicina tradizionale cinese possono risultare una tecnica complementare utile per riequilibrare energeticamente la persona che al danno iniziale della propria immagine ne ha aggiunti continuamente altri, fino a provocare disturbi agli orifizi sia esterni che interni. Il risultato finale di questa sovrapposizione di turbe mette in discussione la vita stessa dell’individuo, che per la medicina cinese corrisponde alla corretta circolazione dello spirito in ogni dove nel corpo.
Per la medicina tradizionale cinese quando si chiudono gli orifizi del cuore significa che non c’è una partecipazione emozionale alla vita e che l’energia, lo spirito non circola più in modo adeguato. Vuol dire che guardiamo a ciò che ci succede solo con gli orifizi della testa, i quali ci trasmettono una visione unicamente superficiale. Non che l’apparenza non sia importante, ma deve essere in rapporto con la profondità delle cose. È così che quando attraverso la meditazione o altre tecniche della medicina tradizionale cinese riusciamo a schiudere gli orifizi del cuore, torniamo a riacquistare la capacità di osservare, percepire, sentire la realtà della vita di tutti i giorni nella sua integrità.
Una testimonianza:
Fatemi parlare, sono un’ex-anoressica
Quando siamo spaventati di qualcosa, abbiamo bisogno di sicurezza e cerchiamo di controllare tutto quello che ci circonda, ma non sempre riusciamo a farlo. Con l’anoressia però, di sicuro qualcosa si può controllare: il cibo. Meglio ancora, l’anoressico si costringe a controllarlo insieme alle emozioni, al desiderio, al panico. Lo fa fino allo sfinimento, la sua vita ruota attorno alla bilancia.
Ho iniziato ad essere anoressica quando avevo 15 anni. L’inizio è simile a molti altri: si mette su qualche chilo. Non si ingrassa però solo di peso, ma di qualcosa che non ci appartiene, un disagio, una sofferenza di cui ci siamo presi carico. Intanto però non ci riconosciamo più, ci mettiamo a dieta e scopriamo che con un po’ d’impegno riusciamo a farla. Di più: ci controlliamo così bene davanti al cibo da diventare euforici. Nello stesso tempo, appena mi dicono che sono dimagrita, mi sento più bella e a poco a poco la dieta diventa quasi una sfida, una competizione con gli altri (che a differenza mia cedono davanti a una vaschetta di gelato), fino a quando diventa un circolo vizioso che mi fa sentire onnipotente. Automaticamente comincio a ridurre le porzioni, ogni volta supero un limite con me stessa fino a trasformarmi in un automa. A questo punto non ce la faccio più ad aggiungere qualcosa alla dieta, ho paura di ingrassare, di soffrire, del giudizio degli altri e la mia autostima finisce in mano alla bilancia. Nell’anoressia ci si nasconde dietro la magrezza. Si preferisce quasi morire di fame che soffrire, è meglio sentire il morso della fame piuttosto che il dolore affettivo e piangere. Si è aggressivi, supercontrollati, iperattivi, si diventa anche bravissimi a scuola, c’è la gioia di sentirsi onnipotenti... ma si smette di piangere. È così che riuscivo a distinguermi e a farmi ascoltare, ero notata, circondata di attenzioni. Peccato che non mi ero resa conto di suscitare solo compassione.
Che cosa mi sto facendo?
Il limite a cui si arriva è soggettivo. Può essere fisico, il corpo non ce la fa più, oppure scatta quella “molla” per cui, per un frangente di secondo, ti vedi come realmente sei allo specchio. Sei pelle e ossa, emaciata, con le occhiaia, eppure fino a quel momento è come se non ti fossi mai guardata. Quando è successo a me, quando ho visto la mia immagine talmente incavata da riconoscere lo scheletro sotto gli zigomi, ho pensato: ma che cosa mi sto facendo? Ero in ospedale, e da quel momento ho iniziato a collaborare. Mi sentivo protetta e capita, in mano a bravi terapeuti che cercavano ogni giorno di raggiungere dei piccoli compromessi. In casa invece, per farmi mangiare mi imbrogliavano, mi nascondevano l’olio sotto le foglie d’insalata e io correvo a lavarle, le sputavo.
Ma l’ospedale non è bastato, e una volta tornata nel quotidiano confronto con gli altri, ho preferito rifugiarmi di nuovo nella mia nicchia. Sono crollata ancora nell’anoressia ed è sempre stato peggio. La prima volta sono stata ricoverata a 31 chili, l’ultima a 27. La mia vita allora era superattiva ma scandita da una serie di passaggi precisi, assolutamente calcolati. Quando mi alzavo la mattina dovevo scendere dal letto prima con la gamba destra e poi con la sinistra, mettere il cuscino in un dato modo, infilarmi la ciabatta destra, poi quella sinistra… Quindi la colazione, rigorosamente con la stessa tazza, consisteva in due dita di latte scremato annacquato con orzo, strabollente perché non ho mai sofferto tanto freddo come in quel periodo. Insieme al latte 3 biscotti o fette biscottate, senza zucchero, integrali, delle marche meno caloriche, da prendere con un rituale specifico che durava circa un’ora: il biscotto doveva essere appoggiato sulla sinistra, spezzettato e “pucciato” pezzetto per pezzetto con il cucchiaino da caffè... Quindi, alle 9 precise, con un’energia e forza incredibili, mi facevo a piedi la città per andare all’università, stessa cosa per tornare a casa dove mangiavo le mie tre zucchine...
Tutta la mia giornata, tutta la mia vita era concentrata su uno schema predefinito, l’unica cosa capace di darmi sicurezza. Bastava uscire dagli schemi, ad esempio scendere dal letto con il piede sinistro, e andavo nel panico completo con palpitazioni, tachicardia. In questo periodo avevo un ragazzo che mi adorava, era la mia ombra e nello stesso tempo una garanzia, sapeva quanto ero determinata ed accondiscendeva. L’ho lasciato, perché con lui a fianco non ce l’avrei mai fatta, avevo bisogno di prendere in mano la situazione e lo vedevo spegnersi con me.
Una bella mattina però mi sento a pezzi, faccio fatica ad alzarmi e soprattutto ho uno strano brusio nelle orecchie. Mi alzo e vedo tutto a macchie, a pallini, violaceo, vado in bagno e la luce troppo forte mi dà fastidio, mi metto sulla bilancia e vedo segnato 27 chili. Mi guardo nello specchio e incontro un mostro, da tanto la pelle era sottile si vedevano perfino i denti. Vado in salotto, mi siedo, e mentre mio padre mi parla vedo le sue labbra muoversi e la sua voce, invece, mi arriva dopo. Faccio una fatica allucinante a vestirmi, a strati di roba tanto ho freddo, e chiamo un taxi, ma quando sto per sedermi non riesco a sollevare le gambe. In ospedale, per la prima volta, inizio anche a sentire il dolore fisico, ho la gola disidratata e non ce la faccio a deglutire. Mi hanno salvata in emergenza.
Dall’anoressia alla bulimia
Ero decisa a tirarmi fuori. Ho avuto fortuna, ed evidentemente ho un fisico molto forte, perché quando si arriva a certi livelli non sempre ce la si fa. Talvolta purtroppo, quando scatta la voglia di voler guarire è già troppo tardi, il corpo non reagisce, non assimila più niente. In quei momenti però, più che alla morte, ho pensato che il mio desiderio fin da bambina era quello di avere un figlio. Poi il ritorno alla vita è stato duro, con lunghi periodi di mal di stomaco, nausea, rigurgiti. Ma gli occhi erano tornati vivi, quelli di un’anoressica sono opachi, guardano nel vuoto. Sono andata a vivere da sola in un convitto e i rapporti con gli altri sono migliorati, ho cominciato ad assaporare il piacere di stare insieme. Ma dopo un po’, nel tornare ad affrontare la vita mi è successo quello che accade a tante anoressiche, ho iniziato le abbuffate compulsive. Nel giro di nove mesi, da 31 chili sono arrivata a 78. In una sorta di processo inverso, le tensioni che una volta mi rendevano iperattiva e non mi facevano mangiare, si erano trasformate nel bisogno di riempire quel vuoto e quella sofferenza con il cibo, con ripercussioni fortissime anche nel fisico e un altro ricovero. Dopo tre mesi torno a casa, trovo un lavoro, mi uniformo su un peso giusto per la mia altezza, quando di nuovo ho un raptus, non riesco a controllarmi e riprendo un’abbuffata.
Questa volta però mi assale il senso di colpa, vado in bagno e vomito. Ha inizio così un periodo da bulimica con una storia se possibile più tragica dell’anoressia, perché la bulimia comporta un pauroso scombussolamento fisico. Durante la settimana mi tenevo “a dieta”, ma appena i miei andavano via per il weekend iniziava l’orgia con il cibo. Dopo due litri di acqua con lassativo, prendeva il via l’abbuffata, in cui mangiavo quello che di norma si ingerisce in una settimana: un’intera scatola di 8 brioche nel latte, due pizze, una confezione intera di Quattro salti in padella, intervallato da una scatola di gelati morbidi in modo che non mi grattassero la gola e innaffiato da “litrate” di latte, quindi cioccolato e cereali nel latte per diluire ancora, altri due litri di acqua con lassativo, e alla fine andavo a rimettere. Distrutta, dormivo qualche ora, ripulivo tutto e verso le 3/4 di notte riprendevo.
Ma nonostante qualche ricaduta, a un certo punto anche questa storia è terminata, soprattutto grazie all’aiuto dell’ultima psicoterapia, dove la psicologa ha capito effettivamente quello di cui avevo bisogno. E con l’inizio di un nuovo lavoro ho deciso che era ora di dire definitivamente basta. Adesso sto bene, so che l’importante è mantenere l’equilibrio. Raggiungere la consapevolezza che si può sbagliare ma non potremo mai trasformarci in un’altra persona. Dobbiamo riconoscerci per ciò che siamo, con i nostri pregi e difetti e imparare ad accettarli. Se sono sensibile, paurosa, entusiasta e spontanea non potrò mai diventare ipercontrollata, rigida, severa... potrò smussare alcuni lati del carattere ma, soprattutto, devo cercare di non perdere la mia identità. È un messaggio che vorrei dare alle persone che forse in questo momento si sentono confuse.
Questo non vuol dire che io sia perfetta, o sempre serena, o abbia già trovato il mio equilibrio. Ogni giorno cerco di migliorarmi, spesso è faticoso, ma adesso so che quando mi vedo crollare il mondo addosso può bastare una bella serata con delle persone che mi vogliono bene per vedere il giorno dopo lo stesso problema sotto un’ottica completamente diversa. Riesco ad affrontarlo. Prima no, era lo stesso identico problema uguale al giorno prima, anzi forse peggio. E ne ho fatto diventare una malattia.
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