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Interazioni tra erbe e farmaci: qualche leggenda e molte verità


Pubblicato su Hod benessere n.64 - Inserito in Salute » Piante ed erbe

Un po’ di storia delle piante medicinali
Oltre ad avere un ruolo fondamentale nell’alimentazione dell’uomo, le piante sono state utilizzate fin dai tempi più antichi per curare numerose malattie. Il primo uso medico delle piante risale all’India di 10.000 anni fa, mentre i più antichi documenti in cui sono riconosciute le proprietà dei medicamenti e dei veleni appartengono alla civiltà cinese (2700 a.C.). Sono numerosi i papiri egiziani che documentano la conoscenza di alcuni importanti medicamenti di natura vegetale e animale (ricordiamo il papiro di Ebers) come l'oppio, il giusquiamo e il ricino. Anche la Bibbia riconosce l'uso di alcune particolari piante a scopo medicamentoso. Ma si deve a Ippocrate (460-377 a.C.) il merito di aver classificato per la prima volta in maniera organica 300 specie di piante medicinali fornendo ricette, metodi di dosaggio e diete. Il suo pensiero ha influenzato il mondo romano e medievale, ed egli è tutt’oggi considerato il padre della medicina. Con la fine dell’Impero romano, le conoscenze scientifiche e mediche vengono conservate nei monasteri (famosi i Codici di Cassino) e sviluppate contemporaneamente dal mondo arabo dove nasce l’alchimia, madre della chimica moderna, e dove viene elaborato il primo esempio di farmacopea.
Nel Medioevo fiorisce e si sviluppa il mercato delle spezie e delle droghe: Venezia è la capitale del mondo occidentale per le piante officinali e il loro studio. Nel XIII sec. nascono le prime coltivazioni di piante medicinali, ma solo tra il ‘400 e il ‘500 prende il via la vera scienza botanica. Da allora le erbe dalle proprietà medicamentose sono dette officinali, dal latino officina, gli antichi laboratori dove venivano estratti dalle erbe i principi attivi e le sostanze con cui curare le malattie.

 

Alcuni miti da sfatare
La comunità scientifica riconosce nelle piante grandi doti curative: molti medicinali moderni contengono principi attivi ottenuti dal mondo vegetale. Anche tra le gente comune è sempre più frequente il ricorso a sostanze di origine vegetale a scopo salutistico o semplicemente alimentare, ma negli ultimi anni hanno avuto molto successo gli integratori nutrizionali, venduti in farmacia o in erboristeria a scopo curativo, a base di estratti complessi fitoterapici. Ma se è noto che più farmaci assunti contemporaneamente possono influenzarsi a vicenda fino a diventare pericolosi per la salute, è meno chiaro il fatto che tra un prodotto naturale e i farmaci di sintesi possano insorgere interferenze. È estremamente superficiale la convinzione che i prodotti a base di erbe sono naturali e quindi non fanno male perché, proprio come i farmaci, gli estratti vegetali possono causare effetti collaterali o influenzare l’efficacia di una terapia.

 

Non esistono sostanze “inerti” dal punto di vista farmacologico: tutte le sostanze, anche quelle naturali, possono alterare in vario modo le funzioni del nostro organismo e modificare l’attività di alcuni farmaci. Le piante, se usate correttamente possono essere molto utili alla salute, ma quando sono assunte senza controllo medico e senza conoscenza diretta della materia, possono insorgere dei problemi. Se proprio volete fare da soli, scegliete prodotti usati comunemente nella medicina popolare, il cui impiego tradizionale nei secoli assicuri l’assenza di tossicità o di rischi particolari. Al contrario, non credete a tutte le affermazioni allarmanti che sentite o leggete: le piante medicinali costituiscono un rischio per chi le assume solo quando non sono controllate, sperimentate e certificate. In Italia le piante medicinali e i loro derivati devono garantire criteri di purezza, qualità, sicurezza ed efficacia e tutti gli integratori, prima di essere venduti in farmacia o in erboristeria, devono essere autorizzati dal Ministero della Salute.

 

Consigli pratici
Sono pochissimi i casi in cui la controindicazione all’uso di un farmaco e di una pianta sia assoluta; esistono tuttavia molti casi di interazioni farmacologiche poco conosciute e spesso sottovalutate perché non segnalate agli organi competenti. In generale è consigliabile:
• assumere piante medicinali solo dopo essersi accuratamente informati sulle loro interazioni e sugli effetti collaterali;
• prestare particolare attenzione se si assumono molti farmaci, perchè l’incidenza delle reazioni avverse aumenta con l’aumentare del numero dei farmaci assunti (questo vale soprattutto per gli anziani);
• il fai da te è consigliabile solo per brevi periodi e per disturbi di lieve entità;
• nella scelta dell’integratore affidatevi ad un medico o chiedete un consiglio esperto al vostro farmacista o erborista di fiducia.

 

Alcuni esempi di interazioni

Pompelmo
Il pompelmo è ricco di vit.C, potassio e fibre dietetiche, e grazie al suo basso apporto calorico è particolarmente indicato come coadiuvante nelle diete dimagranti. Le numerose interazioni farmacologiche di cui è responsabile ne sconsigliano però l’uso indiscriminato e richiedono un’attenta valutazione del medico. Diversi studi hanno evidenziato che il pompelmo interagisce con l’azione di estrogeni, antimicotici, ansiolitici, sildenafil, anticoagulanti, antipertensivi, antiaritmici, statine, immunosoppressori. È consigliabile ingerire prodotti a base di pompelmo almeno 72 ore dopo l’assunzione di un farmaco con il quale potrebbe interagire.

 

Aloe vera
Rientra nella categoria delle piante ad azione lassativa (derivati antrachinonici) come la cascara, la senna, la frangola e il rabarbaro. Il succo della pianta, ottenuto per incisione degli strati superficiali delle foglie, svolge anche un’attività depurativa e digestiva. L’azione lassativa è dovuta all’aloina e si manifesta dopo circa 8/10 ore dall’assunzione. L’uso di Aloe e di altre piante con attività antiaggregante piastrinica (es. verdure a foglia verde come Lattuga, Cavolo e Spinaci, Ginkgo biloba, Ginseng, Arpagofito, Pompelmo ecc) deve essere interrotto prima di ogni intervento chirurgico; queste piante non devono essere assunte se si è in terapia con eparina o anticoagulanti orali. L’assunzione del gel d’aloe (parte interna della foglia priva di aloina ma ricca di sostanze ad azione immunostimolante) non compromette l’attività antiaggregante dei farmaci sopra citati.

 

Liquirizia
A causa dei suoi effetti aldosterone-simili può causare ritenzione idrica, aumento della pressione e perdita di potassio. Per questo motivo la liquirizia non dovrebbe mai essere assunta quotidianamente (e sempre in dosi inferiori ai 3 g al giorno) e per più di 6 settimane. Il suo utilizzo è particolarmente sconsigliato a chi è in terapia con antipertensivi, diuretici e farmaci derivati dalla digitale (es. digossina). La liquirizia può aumentare i livelli ematici dei cortisonici e può variare l’effetto dei contraccettivi orali.
Esistono in commercio estratti di liquirizia privi di acido glicirretico, che hanno minori effetti collaterali.

 

Iperico (erba di San Giovanni)
L’erba di San Giovanni viene usata nel trattamento della depressione lieve o moderata. Sono numerose le interazioni farmacologiche, per es. può causare alterazioni del ciclo mestruale nelle donne che assumono contraccettivi orali, ridurre l’effetto della ciclosporina nei soggetti trapiantati, alterare i livelli di digossina. Per le molteplici interazioni l’iperico va assunto dopo un’attenta valutazione medica e solo su prescrizione.

 

Non è vero che…..

Le uova e gli antibiotici
Una credenza comune a molte regioni d’Italia ritiene che non si possano mangiare uova se si è in terapia con antibiotici. È possibile che l’idea derivi dalla convinzione che gli antibiotici siano pesanti per il fegato esattamente come le uova e che, se combinati, possano provocare un sovraccarico di quest’organo. In realtà gli antibiotici vengono metabolizzati dal fegato come moltissimi altri farmaci, e se non vi sono questioni particolari la loro eliminazione avviene senza problemi.
Un’altra credenza diffusa è che gli antibiotici indeboliscano l’organismo e che dopo il loro utilizzo sia necessario assumere dei ricostituenti: in realtà sono le infezioni batteriche curate dagli antibiotici ad essere debilitanti, questo è il motivo per cui ci si sente privi di energia.

 

E le spezie?
Vi è mai venuto in mente che anche le spezie più comuni, come il peperoncino o la cannella, possano influenzare il metabolismo dei farmaci? In effetti alcune spezie contengono sostanze aromatiche che possono risultare irritanti e ridurre o aumentare l’attività dei farmaci, oltre ad avere una loro azione terapeutica. Per esempio cannella, pepe bianco e nero, zenzero, noce moscata inibiscono l’attività di un particolare sistema enzimatico responsabile dell’azione della maggior parte dei farmaci, e questo fa sì che i medicinali rimangano attivi più a lungo. Talvolta questo fenomeno è vantaggioso, come nel caso dei chiodi di garofano che rendono più efficaci gli antibiotici, o del pepe che incrementa l’assorbimento intestinale delle erbe medicinali. In altri casi può al contrario rivelarsi estremamente dannoso, come accade quando lo zenzero è associato agli antiinfiammatori (può aumentare l’azione lesiva ai danni dello stomaco). 


Scritto il 05/09/2011,

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