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“I granelli di sabbia d’Africa, dove il Silfio fa ricca Cirene...” (Catullo)
Non sono solo le antiche civiltà a scomparire misteriosamente, ma anche le piante. Il Silfio è una di queste. Ci ha lasciato testimonianze sulle monete e negli scritti dell’epoca ma non è ancora chiaro se esista ancora, e un fitto alone di mistero circonda la sua presunta estinzione. Le ricerche continuano…
Durante la dominazione Greca e Romana (VI sec. a.C. - II sec. d. C.) della regione Libica denominata Cirenaica, una pianta aveva assunto talmente tanto valore da diventarne il simbolo ed essere coniata sul retro delle monete. Questa pianta era chiamata Silfio e si suppone che ad essere utilizzato fosse il
suo rizoma, da cui si estraeva un succo lattiginoso che all’aria si condensava in una sorta di gomma. Questa parte della pianta, considerata la più preziosa, veniva impiegata per molteplici usi medicinali: anticoncezionale, abortivo se assunto come infuso, emmenagogo (per favorire le mestruazioni), antiepilettico, contro le contrazioni muscolari, per le paralisi della lingua, per le affezioni respiratorie, contro i geloni, per le cancrene, per favorire la digestione, per le malattie dei nervi, per neutralizzare i veleni dei serpenti e le punture degli scorpioni. E ancora come cura di piaghe, ulcere e ferite, contro l’alopecia, per calli e duroni, per coxalgie (dolori alle articolazioni) e dolori lombari, come diuretico, contro l’idropisia (eccesso di liquido nelle cavità sierose e nel tessuto sottocutaneo), per lenire i dolori della gotta, per le infezioni dei visceri, contro le affezioni oculari (adoperata in gocce). Le restanti parti della pianta servivano a scopo culinario oppure per la fabbricazione di profumi. Inoltre, i terreni coltivati “a Silfio” erano considerati ottimi per il pascolo del bestiame perché si riteneva che rendesse soavi e morbide le loro carni. Ma malgrado tutto questo, gli studiosi non sono ancora riusciti a identificare la pianta con nessuna specie attualmente presente nella flora Libica, e la sua presunta estinzione è circondata da un alone di mistero. Sono infatti numerose le motivazioni che ne giustificano la scomparsa: dall’eccessivo sfruttamento dei terreni idonei alla sua coltivazione (la pianta cresceva solo allo stato selvaggio in determinati luoghi) fino alle razzie dei nomadi nella regione che ne tagliavano le radici. Plinio e Teofrasto riportano che il Silfio fece la sua prima apparizione nei pressi dei giardini delle Esperidi (regione di Bengasi) a seguito di una violenta pioggia scura e polverosa sette anni prima della fondazione di Cirene (630 a.C.). Greci e Romani, una volta resisi conto del potenziale della pianta, ne abusarono talmente che dal III sec d.C. in poi non sono giunte più sue notizie.
Nel 2008 è stato svolto da noi un ulteriore lavoro di ricerca e identificazione botanica della pianta. Dalla ricerca bibliografica si è constatato che le uniche testimonianze concrete che portano una raffigurazione del Silfio risultano essere le monete del periodo; una coppa laconica denominata di Arcèsilas; stemmi araldici e statuette votive. Questi reperti uniti alle descrizioni rispettivamente di Dioscoride, Plinio, Teofrasto e Galeno portano alla certezza per quanto riguarda la famiglia di appartenenza: le Umbelliferae. Il genere è una Ferula, come riportato anche dalla maggior parte dei risultati ottenuti dagli studiosi che nei secoli si sono interessati all’argomento, ma la specie rimane non definita. Nello stesso anno è stata effettuata una spedizione in Libia per determinare la presenza del Silfio nella flora libica attuale o per constatarne l’effettiva estinzione e la ricerca di specie simili da esaminare. Ricerca che è risultata ardua per la difficoltà negli spostamenti sul suolo Libico, soprattutto per le donne; tutti i movimenti infatti dovevano essere autorizzati e registrati dalle autorità locali che nella maggior parte dei casi facevano anche da scorta. Il loro aiuto è stato prezioso per il ritrovamento di alcune specie rinvenute e identificate come Silfio dai precedenti botanici in località che altrimenti sarebbe stato molto difficile raggiungere.
Per svolgere questa ricerca ci si è anche basati su alcune indicazioni forniteci dal Prof. Manunta, il quale sostiene di aver identificato il Silfio con Cachrys ferulacea. Le piante da noi prelevate e successivamente esaminate sono state infine Cachrys ferulacea e Ferula tingitana: a quest’ultima si è giunti grazie all’analisi delle caratteristiche botaniche dedotte dai testi antichi e all’indicazione degli esperti locali. In seguito le piante sono state analizzate in Italia a livello chimico per evidenziare la presenza di particolari sostanze a cui si attribuiscono gli usi fatti nell’antichità. Delle due piante si è quindi potuto riscontrare che solamente Ferula tingitana può essere identificata come erede dell’ “antico Silfio”. Solo con ulteriori studi, in particolare sul territorio, sarà però possibile accertare questa corrispondenza.
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