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Che significato assume oggi la psicoterapia di fronte a quel disagio, a quel malessere interiore che spesso colpisce bimbi e genitori fino a isolarli?
“La psicoterapia assume sempre più il significato di un percorso di ricerca interiore. Chi decide di intraprendere un lavoro su di sé si pone delle domande
esistenziali, la richiesta di aiuto nasce soprattutto dal bisogno intimo di interrogarsi, di comprendere in quale direzione andare, di capire quale sia il senso della propria vita. Le persone hanno voglia di sorprendersi, di ricercare dentro di sé un significato, una verità più profonda. Alla base dei malesseri che ci spingono verso un percorso psicoterapeutico spesso si cela una domanda più universale, un‘esigenza interiore non solo di tipo individuale. Abbiamo bisogno di vivere una dimensione più spirituale, non tanto legata alla religiosità quanto al sentimento del sacro. È vero che si parte sempre dall’individuo e dai suoi disagi, ma poi si cerca di capire il senso della nostra vita all’interno di un contesto più ampio, proprio a partire dal malessere che forse è indicatore di un’evoluzione mancata, di un cambiamento negato. Non siamo solo cibo, soldi, case, oggetti. Dentro di noi c’è una domanda esistenziale più profonda che va al di là di qualsiasi gratificazione materiale. Mai come in questo momento si rileva così tanto malessere sul piano psicologico.”
Sembra che sia molto difficile prendere coscienza di quanto ci sta accadendo.
Se il malessere è dei più, la coscienza non è di tutti. Ma non è un problema di cattiva volontà, bensì di educazione. Educazione a nuovi modelli di espressione di sé. In questo senso va affrontato alle radici. Noi come Credes (Centro Ricerche Evolutive dell’Essere) promuoviamo da anni in alcune scuole di Milano e provincia, un progetto di educazione all’ascolto delle emozioni per favorire nei bambini un ascolto e un colloquio con sé e con l’altro, perché imparino a esprimersi, a raccontarsi, ad ascoltarsi, a entrare in contatto con sentimenti spesso negati, ad accogliere e valorizzare il loro sentire, i bisogni, le emozioni. Abbiamo utilizzato il gioco, la fiaba, la drammatizzazione e abbiamo potuto constatare che c’è molto lavoro da fare... Personalmente avverto anche nei più giovani la mancanza e l’esigenza di valori spirituali, spesso confusi con i valori religiosi. È invece importante riferirsi al senso del nostro “esserci”, alla sacralità della vita come percorso evolutivo, alla ricerca del significato di ciò che ci accade e ancora più semplicemente al recupero del contatto con l’interiorità. Allo stesso tempo occorre non fissarsi “nel momento”, ma lasciare che il movimento della vita si dia in un susseguirsi di morti e rinascite, che sono i passaggi evolutivi del nostro essere.
Si ha paura di comunicare, si preferisce scappare…
Il fatto che le persone scappino significa che non hanno gli strumenti per accogliere il “sentire”, soprattutto se doloroso. Ogni giorno divoriamo grandi quantità di dolore, ma per lo più lo facciamo nascosti dietro schermi: del televisore, del computer… Manca una partecipazione autentica, attiva e in diretta, ognuno tende a proteggersi o con la distanza fisica o con quella psicologica, un atteggiamento di indifferenza che è un vero e proprio meccanismo di difesa. Al contrario, a partire dallo stimolo esterno, bisognerebbe incontrare l’effetto che produce dentro di noi, ascoltare il proprio dolore, accoglierlo, accettarlo, osservarlo. È molto impegnativo e noi non siamo educati a farlo perché viviamo in un contesto edonistico dove tutto ciò che è doloroso, brutto, vecchio, triste e maloelato viene allontanato. Allo stesso tempo i bambini sono grandi consumatori di immagini violente e di morte attraverso i video giochi, dove si vince quanto più si spara, si elimina, si uccide.
Qual è l’alternativa?
Penso che un bambino debba giocare alla lotta con il corpo, con il cuore, con le emozioni. La lotta virtuale è dannosa, autistica. Il video gioco carica il bambino di emozioni che tendenzialmente si accumulano in lui senza che possa scioglierle e lasciarle fluire. Vanno recuperati il corpo e la relazione con l’altro.
Cosa succede quando manca la dimensione del cuore?
Si può produrre un forte senso di solitudine, molto diffuso a prescindere dalla vicinanza fisica degli altri. È un sentimento che riguarda il rapporto con noi stessi perché denota una separazione tra noi e noi. Siamo soli perché non abbiamo la capacità di prenderci per mano, di parlarci, di aspettarci un po’ di più. Quando ci troviamo in queste condizioni, la prima cosa che tendiamo a fare è andare in mezzo agli altri, cercare conforto nelle persone che ci circondano (ma in questo caso stare con un’amica può semplicemente diventare l’alternativa alla pastiglia). Oppure, all’opposto, la risposta è isolarsi.
Cosa fare di fronte a tanto disagio?
È importante accogliere quel malessere che rappresenta un segnale, il desiderio di un cambiamento di cui non siamo consapevoli fino in fondo e che non riesce a esprimersi. Istintivamente verrebbe voglia di eliminarlo, ma se lo cancelliamo non ne cogliamo il significato più profondo. Sarebbe meglio decidere di non opporre resistenza, facendoci magari delle domande: che senso ha questo malessere in questo momento della mia vita, cosa vuole
dirmi, come devo capirlo? Sarebbe utile dedicarci del tempo di riflessione. Nei modi che ci sono più consoni, con tecniche di rilassamento, di visualizzazione che portano ad un ascolto interiore più focalizzato. Si può anche chiedere aiuto ad uno psicologo, ma talvolta può bastare un atteggiamento più accogliente da parte nostra, prendere in considerazione che quanto ci sta accadendo è arrivato per comunicarci qualcosa, è un segno da decifrare, una spinta per cambiare atteggiamento.
Dr.ssa Patrizia Egi: Psicologa, Psicoterapeuta a orientamento analitico. Esperta in tecniche di rilassamento, psicoterapia ipnotica e floriterapia. Collabora con il CREDES, Centro Ricerche Evolutive dell’Essere con sede a Milano. patrizia.egi@tiscali.it
Le illustrazioni sono di Nicoz Balboa, “Whaleless“ e di Ana Bagayan, “Peter Petal”.
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