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Perché i bambini cercano il contatto
C’è un evento a cui madri e padri dei neonati non sono preparati: il bambino, una volta fuori del corpo della madre, spesso piange, a lungo, con intensità. Il suo pianto è un messaggio totale, viscerale, che tocca profondamente, e inquieta fino a sconvolgere. Un quarto d’ora di quel pianto è sufficiente a far scomparire la poesia della maternità. Il senso di tenerezza protettiva lascia spazio all’agitazione, o all’angoscia. Non è il solo modo in cui il neonato comunica. Da subito presenta segnali comunicativi di base: la reattività corporea - giocata attraverso rilassamento o irrigidimento, raccoglimento o torsione - il movimento delle labbra e la direzione dello sguardo, oltre che suoni, sbuffi, mugolii, comuni peraltro a quelli dei nostri animali domestici. Questi segni espressivi sono decodificabili per chi sa coglierli. Sarebbe utile offrire ai futuri genitori lezioni teoriche e pratiche di sintonizzazione intersoggettiva, portandoli a leggere questi segnali intenzionali minimi (possiamo esercitarci con un gatto, o un cane), che solitamente precedono la manifestazione del pianto. Ma questo ancora non avviene, e l’espressione quasi unica che riconosciamo è il pianto.
C’è molta differenza tra i suoni ovattati del battito del cuore del bambino, che si ascoltano con stupore durante le visite ostetriche, e l’intensità di decibel che i bambini emettono piangendo. Tutte le neo madri con cui lavoro arrivano a dichiarare - prima o poi - che erano preparate a tutto, anche alle notti insonni, ma non al disagio provocato dal pianto del bambino nei primi mesi di vita.
“Il pianto provoca una reazione particolarmente intensa nelle persone adulte. La madre, il padre, e anche gli estranei… sentono il desiderio immediato di fare qualcosa perché il pianto finisca… qualsiasi cosa, purché smetta.” (C. Gonzales, Besame mucho)
Quando sentiamo il pianto di un neonato si attiva in noi una sensazione di urgenza di intervento. Viene da una codificazione ereditaria che ci porta a
metterci in movimento, per rispondere al richiamo impellente del vagito. Come ha approfondito Carlos Gonzales, sia il pianto che la reazione preoccupata della madre sono programmati geneticamente da ricordi lontani del pericolo per la sopravvivenza a cui erano esposti i neonati. Essere ‘preso e portato’ con sé dall’adulto - nel nostro lontano passato - è stato un obiettivo che il piccolo doveva sempre raggiungere. Il contatto fisico è la codificazione primaria che tranquillizza. Gradualmente subentra la rassicurazione del contatto visivo, ma non possiamo decidere noi quando ‘può bastare’, è una modificazione graduale che si può instaurare evolutivamente nel bambino, ma dopo mesi, a certe condizioni e con tempi personali.
Il contatto fisico è e resta comunque per sempre la nostra condizione primaria di sicurezza, lo capiamo perfettamente se riflettiamo sull’importanza che la vicinanza e il contatto fisico acquisiscono per noi nella relazione di coppia. E se noi ci sentiamo bene solo tra le braccia di chi ci ama, perché dovrebbe essere diverso all’inizio della nostra esistenza in questa realtà?
Leggiamo in una ricerca di Monika Stablum e Arturo Giustardi, coordinatore di un Gruppo di lavoro della Società Italiana di Medicina Perinatale:
Il contatto è uno dei principi fondamentali ed esistenziali degli organismi viventi. È la condizione per lo scambio di informazioni di natura materiale ed energetica. Già al momento del concepimento due cellule con diverse informazioni genetiche si contattano, si incontrano. Essendo la base di qualsiasi comunicazione, scambio, interazione, incontro vitale, il contatto è di inestimabile importanza per tutti gli esseri viventi. Già il feto in utero ha le sue prime percezioni sensoriali inizialmente a livello tattile. Attraverso la cute sente la pressione, i movimenti del liquido amniotico, il dolore, ma anche sensazioni di caldo e freddo. La cute del feto viene stimolata continuamente durante la gravidanza. Il primo sviluppo del sistema nervoso del bambino dipende al massimo grado dal tipo di stimolazione che riceve. L’emozione veicolata dal corpo, più che la semplice pressione sulla pelle, è il messaggio raccolto dal bambino attraverso i recettori muscolari. Stare a contatto con il bambino significa parlare il suo linguaggio, quello che comprende dal primo momento, il linguaggio della pelle, del tatto, che gli comunica sicurezza esistenziale e attraverso cui stabilisce la prima relazione con l’esterno. Ascoltare e soddisfare il bisogno primario di contatto corporeo del bambino non crea un suo ulteriore bisogno o lo accresce, al contrario con il tempo lo calma.
Oggi esistono in linea generale due approcci:
Il Modello ad Alto Contatto mira a proteggere la salute e la sopravvivenza dei bambini e quindi accetta e risponde ai suoi bisogni innati. È caratterizzato da uno stretto e intenso rapporto fisico tra madre e bambino che inizia fin dalla nascita. Il parto avviene in un ambiente famigliare, il neonato rimane per lungo tempo a contatto pelle a pelle con la madre, l’allattamento è a richiesta e il piccolo dorme nelle vicinanze del letto materno (a volte nello stesso letto) e durante il giorno viene portato sempre dalla madre in tutte le sue attività. I bambini vivono come da piccoli marsupiali immersi sin da piccoli nella vita degli adulti. La risposta al pianto da parte degli adulti è immediata.
Il Modello a Basso Contatto ha come obiettivo quello di insegnare ai bambini a diventare precocemente indipendenti dai loro genitori dal punto di vista emotivo, e di sviluppare spiccate capacità cognitive. È caratterizzato da una relazione madre-bambino basata prevalentemente sullo sguardo e sull’espressione verbale. La nascita spesso è medicalizzata, il neonato viene separato dalla madre per essere sottoposto a procedure di routine, viene nutrito con il biberon o con latte materno per pochi mesi, è spesso sdraiato nella culletta o nella carrozzina da solo. La notte dorme nel proprio letto e spesso in un’altra camera separato dai genitori. Questo modello prevede una interazione verbale e visiva con il piccolo in concomitanza con una risposta al pianto certo non immediata.(Arturo Giustardi, Primario Neonatologo c/o Clinica Lourdes Massa di Somma (Napoli), coordina il Gruppo di lavoro della Soc. Italiana di Medicina Perinatale ‘La Care in Medicina Perinatale’ - Monika Stablum, Infermiera pediatrica, fa parte dell’editorial Board della Rivista Italiana ‘La care in Neonatologia’. Nouvelles Images S.A. - Sergio Pitamitz et Danila Delmont 2008.)
Cosa scatta in noi quando i bambini piangono
Ci sono tre chiarezze:
1. Non siamo persone insicure se il sentir piangere ci mette in ansia. Significa che abbiamo un buon contatto con il nostro sentire. Forse, a differenza di altri, non stiamo rimuovendo ciò che si genera in noi. La qualità del nostro comportamento sarà data dal modo in cui impareremo a gestire la nostra ansia.
2. È normale che il cucciolo d’uomo pianga se crede di essere da solo.
3. Sta comportandosi come da codice genetico umano se piange fino a quando non è sollevato nel contatto fisico e portato con sé dall’adulto.
Sono elementi basilari da cui non si può prescindere. A partire da qui possiamo chiederci come mai questo codice che fa reagire alla separazione fisica avvertita come pericolo sia ancora attivo, e se c’è altro in cui si è nel frattempo trasformato, come in molti ipotizziamo. Sentire ansia legata a segnali di disorientamento nel neonato è corretto, come evidenziano le numerose ricerche scientifiche. L’ansia, oltre al senso di angoscia trasmesso ed evocato in noi dal pianto, è indotta dal senso di disarmonia contenuto ad esempio dalla composizione sonora dei vagiti. Da questa sensibilità possono svilupparsi comportamenti via via più adeguati, ma è essenziale innanzitutto che sia aperto il canale di attenzione e di ascolto emozionale.
C’è da preoccuparsi di fronte ad una eventuale indifferenza passiva al pianto del neonato, che segnalerebbe consistenti problematiche a carico della relazione affettiva primaria, che potrebbero portare all’abbandono, o a far esplodere in reazioni nervose e comportamentali inconsulte, provocate dall’accumularsi inconsapevole del disagio smosso all’interno da quel segnale primario, che si manifestano sotto forma di aggressività e tentativi di soppressione. La cura sollecita, anche se ansiosa e un po’ agitata, è una iniziale risposta coerente con ciò che viene comunicato dal pianto, e con la risonanza interna che ha in noi.
L’attenzione unanime in risposta al pianto è un prezioso passo avanti, rispetto a posizioni precedenti in cui si riteneva che il pianto del neonato fosse una necessità fisiologica, o inevitabile, a cui non si dovesse prestare attenzione eccessiva. Fortunatamente la ricerca neurofisiologica sta evidenziando le possibili implicanze del lasciar piangere a lungo senza rispondere al neonato, a supporto della convinzione ormai comune che il pianto richieda comunque un’attenzione. Possiamo incominciare a pensare di facilitare l’esperienza dei neo genitori, offrendo loro l’opportunità di un training sulla gestione serena del pianto. Si potrebbe ad esempio interiorizzare il modello dell’insorgere del pianto e della sua naturale evoluzione, che lo porta - questo sarebbe un insight importante - a finire anche ad un certo punto. Nell’immaginario interiore scatta infatti la percezione che si sia creata una situazione senza soluzione: da qui si produce il panico. Questo avviene come per tutte le situazioni che risvegliano in noi un’angoscia primaria.
Non è detto che i bambini che non piangono quasi mai stiano veramente meglio di quelli che piangono, e che le loro mamme abbiano da insegnare alle altre. E c’è da evitare il rischio di effetto peggiorativo sulla madre quando sente dire che sta a lei capire e ovviare al problema. È un attimo arrivare a dedurre che se il bimbo piange e lei non ne capisce il bisogno, è a causa della sua inadeguatezza. Così allo stress provocato dal pianto frequente, dalla necessità di accudimento costante, dal sonno interrotto, dal confronto con le altre madri o, peggio, con la propria madre che spesso si vanta del fatto che con lei invece i figli mangiavano e dormivano e basta, si va a potenziare quello causato dal senso di colpa che già emerge di suo come forma di controllo sull’ansia generata dal pianto. Il messaggio più efficace per le neo madri è quello che le rinfranca sulle loro capacità materne, dando fiducia nella possibilità di seguire quello che possono arrivare a sentire ‘al di là’ dell’ansia inevitabile: le loro risposte intuitive ed istintuali.
Nemmeno ad una madre che si mostra indifferente al pianto è bene dare un messaggio di riprovazione. Il suo distacco emotivo potrebbe infatti essere causato proprio da un’angoscia profonda per bassa autostima di sé come madre, o dalla risonanza con propri vissuti traumatici inconsapevole rispetto a quando piangeva da neonata, da cui si sta proteggendo come può, cercando di rimuovere il problema. Volendo dare supporto alla madre di un neonato che piange inascoltato, si può offrirle empatia e rassicurazione per lo stress che vive, dandole l’opportunità di scaricare rabbia, ansia, frustrazione, senza sentirsi giudicata. Anzi, se si rassicura sul fatto che capita a tutte le madri, può migliorare la propria autostima e fidarsi sempre più delle proprie intuizioni.
Leggermente sintetizzato, questo è un estratto del secondo Capitolo del nuovo libro Nuovi Codici dell’Amore Cambiare l’imprinting genitori figli prima, durante, dopo la nascita scritto dalla Dr.ssa Chiara Sozzi & Marianne Littlejohn (Bambini Nuovi per l’Uomo del Futuro Edizioni, in libreria a maggio, www.bambininuovi.com).
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