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Due anni fa mi trovavo sull’Eurostar Roma/Milano, quando di fronte a me si siedono due giovani che iniziano subito a scambiarsi manifestazioni d’affetto compatibili con l’Eurostar Roma/Milano. Mentre io mi metto tranquillamente a contemplarli e il ragazzo si schernisce, la ragazza al contrario ci dà dentro per solleticare il mio interesse di voyeur. Dopo un po’ apprendo che devono scendere a Bologna. Guardo l’orologio e mi accorgo di avere a disposizione ancora poco tempo. È chiaro che il mio intervento deve essere mirato. Toccata e fuga. Così, già quasi in prossimità di Bologna mi rivolgo a loro:
“Chiedo scusa ma immagino che vi sarete accorti che è da un po’ che vi sto contemplando. Il motivo è semplice. Io sono un medico che si occupa dei problemi della coppia. E misono posto un interrogativo per me fondamentale: con questo scambio di manifestazioniaffettive, voi due fate sul serio o recitate una parte? Per avere una risposta, per voi mainnanzitutto per me, vi narrerò un aneddoto proveniente dalla sapienza orientale:
“Una sera un giovane bussa alla porta della sua amata che, dall’altra parte, chiede chi è. Ma all’immediata risposta del giovane ‘Sono io’, lei non gli apre. Scioccato lui va via. La sera successiva torna, bussa e la fanciulla richiede chi è. ‘Ma sono io…’, dice di nuovo il ragazzo. Ma lei di nuovo non gli apre. Sconfortato, il giovane medita tutto il giorno e alla fine torna. ‘Chi è che bussa?’ Questa volta la risposta è diversa: ‘Sono tu.’ E a quel punto, solo a quel punto, lei gli apre.”.
Mentre raccontavo questo aneddoto spiegando che l’importante quando ci si ama è riuscire a dire (e a credere) che io sono tu e tu sei me, sul treno la coppia di fronte a me mi guardava impressionata come se fossi stato un marziano. Chiedo i loro nomi - Paola e Carlo - e dopo aver domandato senza ricevere risposta se il messaggio della storia fosse chiaro, mi rivolgo a Paola e le chiedo se in tutta coscienza se la sente di dire: “Non sonoio che vivo, ma è Carlo che vive in me.”Quindi mi rivolgo a Carlo e chiedo anche a lui se se la sente di dire: “Non sono io che vivo,ma è Paola che vive in me.”
I due cominciano a guardarsi, ovviamente non gli passa neanche per l’anticamera del cervello l’esistenza di un rapporto d’amore che faccia l’uno parte dell’altro. Ma io insisto, ricordando loro che è stato anche detto che se veramente uno ama, dovrebbe essere disposto a dare la vita per la persona amata. In quel momento una voce metallica scandisce le parole di prammatica: Il treno è in arrivo alla stazione di Bologna, i passeggeri sono pregati di scendere. I due ragazzi si alzano, mi ringraziano e, mentre escono dallo scompartimento, sento la ragazza che dice a Carlo: “Ma insomma, tu sei disposto a dare la vita per me?”
L’amore di coppia e la vedovanza
Ci sono due tipi di cristiani: il primo segue tutte le regole e i Comandamenti; l’altro è il cristiano che può dire ”Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. E cioè, parafrasando quello che è successo sull’Eurostar Roma/Milano “Non sono io Carlo che vivo, ma è Paola che vive in me se nella sua componente spirituale”. Questo è il vero cristiano. Allo stesso modo il matrimonio religioso è fondato su due impegni: la fedeltà (richiesta anche dal matrimonio civile) e l’indissolubilità. Sono due eventi soprannaturali? No, non lo sono perché due giovani che si amano, all’acme del loro amore, non pensano certo di tradirsi. E anche se in molti casi - matrimonio o convivenza che sia - il rapporto di coppia va a remengo, in quel momento culminante dell’amore si pensa davvero che la propria unione debba essere eterna. Ma qual è il punto che fa del matrimonio religioso un Sacramento, e cioè un evento soprannaturale? È la presa di coscienza che ad unire due persone è il Cristo, che resta con loro per sempre. Ovviamente è una questione di fede, uno può crederci o meno, ma come afferma il Concilio Vaticano II Cristo si è sacrificato per l’umanità affinché quei due sposi possano reciprocamente fare dono e dedizione di sé in Cristo per sempre. Dove quel “per sempre” sta per “anche oltre la morte”. Infatti l’unione di coppia non finisce con la morte di uno dei due, bensì il traguardo di un matrimonio religioso (in questo caso cattolico) è la vedovanza, il fondamento naturale dell’unione della coppia.
La vedovanza è uno stato che può capire e spiegare solo chi lo vive, solo chi in precedenza ha scelto e vissuto un matrimonio d’amore. Il sopravvissuto
deve continuare a dire “Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Così come a livello ebraico tutti i credenti in Dio riposavano in seno ad Abramo, tutti i credenti del Cristo, morendo, riposano in seno al Cristo. Se il coniuge sopravvissuto è in grado di dire “Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”, il Cristo che vive in lui ha nel suo seno, dentro di lui, il coniuge trapassato e la coppia continua a vivere. Nel senso: Cristo rimane con loro per sempre. Questo matrimonio merita di essere vissuto.
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