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Paura delle pause - Intervista al Dr. Enzo Soresi


Pubblicato su Hod benessere n.42 - Inserito in Salute » Medicina integrata

Dr. Soresi, cos’è che fa più paura nel periodo della menopausa e dell’andropausa? La perdita della giovinezza, della bellezza, della prestazione sessuale… in poche parole, la perdita della propria identità? E fino a che punto temiamo l’incognita del futuro, la minaccia dell’invecchiamento?
A mio avviso, legare menopausa e andropausa al discorso dell’invecchiamento è superato dalle novità della neurobiologia, sia in senso di biologia del cervello che di biologia dell’organismo. Sono molto interessanti a questo proposito due risposte di Edelman, un illustre immunologo che dopo aver vinto il Nobel per l’immunolgia negli anni settanta si dedicò alle neuroscienze. Alla domanda: “Che relazione esiste tra mente e corpo?”, Edelman rispose: “Ognuno di noi è un esperimento biologico.”, e quando gli chiesero cos’aveva da dire sulla morte rispose: “Nulla, perché l’esperimento è finito.” Ecco, io credo che di fronte a queste due affermazioni il senso di invecchiamento vada riletto in modo del tutto diverso.

 

In che senso?
La biologia ci dà l’opportunità di vedere l’invecchiamento come un arricchimento esperenziale. E cioè: più invecchiamo, più ci arricchiamo sul piano esperenziale biologico, più il nostro esperimento è riuscito. La vecchiaia va negata perché ogni momento della vita è un momento che va sperimentato. Grazie a questa lettura esiste una relazione continua tra mente e corpo che cresce anche durante la fase dell’invecchiamento. La difficoltà arriva quando una persona è totalmente paralizzata dal terrore di diventare vecchio. È allora che diventa difficile rompere l’angoscia di questa nevrosi.

 

Cosa consiglia di fare per affrontare nel modo più semplice questo difficile momento di passaggio?
Camminare a passo abbastanza veloce e senza un obbiettivo preciso (gli esperti consigliano circa 4 chilometri all’ora). Il cammino aiuta a ritrovare la sensazione della relazione con se stessi ed è la vera forza del rientro biologico. I vantaggi che offre vanno in due direzioni interessanti. In primis, si allena il muscolo (dai 45 anni inizia la sarcopenia cioè la perdita di muscolo), perciò più si cammina meno si invecchia. Nello stesso tempo si allontana il terrore dell’invecchiamento con l’attività sportiva. In secondo luogo, grazie ad un’affascinante e recente scoperta sappiamo che più camminiamo più liberiamo dai muscoli un fattore di accrescimento importante che nutre il cervello. Questo significa che i segnali del cervello, organo che si definisce nei primi tre anni di vita con un meccanismo molto complesso, vanno tutti messi in relazione con la crescita muscolare. Risulta quindi ancora più magica la costruzione di un organo (il cervello) che, totalmente astratto sul piano teorico, è in realtà correlato alla crescita dell’organismo.

 

È vero che il moto aiuta anche la sessualità?
Assolutamente sì. D’altro canto ce l’ha insegnato Freud, sublimiamo un po’ questa sessualità e mettiamo in primo piano altri valori. Soprattutto a una certa età, quando abbiamo raggiunto i settant’anni, abituiamoci a guardare obbiettivamente il nostro corpo e sfatiamo una volta per tutte il mito che esista l’obbligo di essere virili. Ma scherziamo? Liberiamoci da questo condizionamento. Pensiamo che può essere più divertente avere dei rientri biologici praticando uno sport che ci piace, piuttosto che fissarci sull’illusione che donne (o uomini) molto più giovani si innamorino di noi… Perché nel mio libro Il cervello anarchico insisto sul fatto che l’essere laico dà grande libertà? Perché non si è condizionati, il che non significa essere privi di passione… Personalmente devo ringraziare il mio laicismo se ho potuto aprirmi a tutti gli interessi che mi proponevo, quali l’arte informale,la letteratura e la musica contemporanea. Ritengo infatti che la ricerca di un‘artista nell’area cognitiva sia equiparabile alla ricerca di uno scienziato.

 

È importante frequentare mostre, concerti, convegni?
Insisterei molto sul fatto di non continuare a percorrere le stesse emozioni, ma di affrontare nuove esperienze, senza però fuggire dalla realtà. Non è facile per noi che siamo figli di Cartesio, praticare la meditazione e lo yoga. Per entrare nell’area emotiva sarebbe meglio passare da quella semantica (delle parole e dei suoi significati). Trovo che anche la musica contemporanea sia un’altra forte provocazione. Qual è il senso della sua ricerca? Di continuare a provocare nuove aperture semantiche. Dunque, ogni volta che ho qualche nuova provocazione nell’emisfero sinistro, attivo nuove aree cerebrali liberando così neurotrasmettitori che mi danno benessere. E il fatto affascinante è che il cervello è l’unico organo su cui posso esercitare questo continuo lavoro (“braintraining”). L’importante è che ognuno riesca a scoprire le proprie fonti di provocazione: l’arte, la musica, il viaggio… Quello che noi possiamo fare è invitare le persone ad essere sempre più aperte senza farsi limitare da niente, a fidarsi, a essere curiosi. In sostanza: si invecchia, si perde sessualità, femminilità, identità fisica, ma si può recuperare rileggendo la relazione mente-corpo come un esperimento su cui lavorare. Il rientro biologico è continuo, in questo senso non esiste vecchiaia. Senza parlare dell’ultima scoperta sulle cellule staminali del cervello fatta dal neuroscienziato Goldberg, che dopo aver visto che nel cervello del topo le cellule staminali vanno nel bulbo olfattivo (laddove l’olfatto del topo le chiede in continuazione), sostiene che nell’uomo per utilizzarle è sufficiente attivare nuove forze di lavoro. Ne consegue che se a ottant’anni ci mettiamo a studiare giapponese oppure uno strumento musicale riusciamo a sviluppare nuovi percorsi cerebrali.

 

Non si diceva una volta che quando si diventa vecchi si perde la memoria?
In realtà invecchiando c’è un decadimento dei lobi frontali. Questi lobi rappresentano la “new entry” del meccanismo evolutivo, essi sono i direttori d’orchestra ed i responsabili di tutto ilnnostro agire. Il lobo frontale sinistro è responsabile della parte razionale, il destro di quella emozionale, e per agire i due lobi devono comunicare fra loro attraverso il corpo calloso. Dai lobi frontali inoltre parte lo stimolo per il recupero di ogni evento memorizzato ed il loro decadimento, noto come demenza senile, è come se condizionasse la perdita della password per l’accesso all’archivio di memoria. Se però io mi metto a studiare qualcosa di nuovo, anche in età avanzata, attivo entrambi i lobi frontali e mi difendo dal decadimento cognitivo. Pertanto, la formula per non decadere è semplice: camminate e pensate, morirete sani lasciando un buon ricordo di voi.

A lezione di lettura
Per riflettere su come riappropriarci di noi senza farci angosciare dall’invecchiamento come elemento negativo, suggerirei il recupero di una cultura che non c’è più, leggendo genericamente “i classici”. Pensiamo solo alla
Montagna incantata di Thomas Mann. Oltre a dare il senso immediato di che cos’è la letteratura, offre contenuti amplissimi che sfondano il muro dell’angoscia e possono essere visti come recupero totale dell’esperienza della malattia. Cosa che i tubercolotici hanno, perché è proprio quella esperienza di sofferenza che li costruisce durante e dopo la malattia.
Un altro libro che consiglio è
L’anima del cervello. Lobi frontali mente e civiltà (Utet Libreria Torino) del neuroscienziato E. Goldberg. È un testo bellissimo, una pietra miliare nella scoperta di ciò che i lobi frontali rappresentano nel nostro agire.
Con
Il paradosso della saggezza Goldberg ci dice una cosa molto importante: quando invecchiamo la nostra lucidità aumenta. Più andiamo avanti con gli anni, più il cervello ci dà la lucidità interpretativa di tutta la nostra memoria esperienziale che rientra come un’affascinante scoperta (da cui il paradosso). Che cosa sappiamo della mente (Oscar Mondadori), è un libro molto semplice ma molto intelligente scritto da Ramachandran, neuroscienziato indiano che lavora negli Stati Uniti.

 

Dr. Enzo Soresi Medico chirurgo specialista in anatomia patologica, malattie dell’apparato respiratorio e oncologia clinica. Tra le sue tante attività ha diretto come primario la divisione di pneumotisiologia dell’Ospedale Niguarda di Milano ed è presidente dell’Associazione Sanità Senza Fumo con sede all’Istituto Europeo di Oncologia. Tra le sue pubblicazioni “Il cervello anarchico” (Utet ed.).


Scritto il 08/03/2011,

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