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La nostra è un’epoca in cui si tende a non elaborare nulla: la storia del passato ma anche il dolore, le frustrazioni, l’impossibilità di essere quello che gli altri, i mass media chiedono. In che relazione sono oggi il narcisismo e la manipolazione, il conformismo? Il culto del corpo e dell’eterna giovinezza, l’esasperazione dell’individualismo sono da considerarsi patologie, disturbi psichici? E quel bisogno di apparire a tutti i costi, che sta diventando un’ossessione di massa, dove ci sta portando? Abbiamo cercato di riflettere su tutto questo con Mariapia Bobbioni, psicanalista e studiosa di questioni femminili attraverso la moda e il design:
Qual è lo scenario che ci troviamo davanti?
Partiamo dai mass media. Attraverso le televisioni, i giornali ecc. il nostro sociale ci offre l’idea di una figura femminile eternamente giovane, bella, “mitica” che non può affrontare né la caducità, né la vecchiaia né la malattia. Rimuovendo e cancellando la sofferenza e il dolore, agisce inevitabilmente secondo la menzogna perché, come gli antichi greci insegnano, la storia dell’uomo ha a che fare con il tragico. Destino e morte esistono. Come direbbe Freud, la vita prende senso proprio perché dobbiamo morire, e il voler negare a tutti i costi la caducità è una modalità perversa di negazione che non fa che produrre una posizione del tutto immaginaria e immaginifica, dove il simbolico (e cioé il linguaggio, il porsi nella relazione con l’altro) sparisce. Oggi questa modalità diventa sempre più individualista non in termini sani e progettuali, bensì in una forma di narcisismo primario.
Cosa intende per narcisismo primario?
Dico primario indicando il bambino che sopravvive solo se viene nutrito. Il suo mondo è fatto di tetta, mamma, pappa, cacca, nanna. Tolti questi elementi il bambino non è più contenuto e si perde, si ammala. Il fatto che i bambini talvolta muoiano negli orfanatrofi è dovuto innanzitutto alla mancanza di quella parte di riferimento corporeo che è la propria madre.
Il narcisismo secondario dovrebbe invece riguardare un soggetto che ha una sua competenza ed è in grado di offrirla agli altri. In questo sociale però, noi stiamo creando dei soggetti autistici, chiusi, autoriferiti, silenti, dove il rapporto con l’altro non esiste. Assistiamo ad una forma di chiusura narcisistica onnipotente che, come tutte le forme di onnipotenza, è un segno di impotenza.
E di enorme frustrazione. Pensiamo solo all’importanza che hanno assunto l’estetica o la moda, il cosiddetto glamour. In particolare le donne, se non sono più che equilibrate e consapevoli della propria identità, rischiano di perdersi.
Assolutamente. Prendiamo questi gruppi di donne che si stanno cercando e organizzando su Internet dopo gli ultimi avvenimenti politici. Sono interessanti perché vogliono richiamare l’attenzione delle donne alla loro storia e verità originaria. E qui la moda è un po’ protagonista. Non dimentichiamoci che le grandi evoluzioni della moda sono state conseguenti a grandi cambiamenti storici. Con la prima guerra mondiale le donne accorciano le gonne e iniziano a “dinamizzarsi” perché devono prendere il posto degli uomini. È il primo segno di crescita femminile. In questo caso la moda è stato un test che andava verso la liberazione delle donne. Ma facciamo un altro esempio: nel 1600, per tenere i piedi rialzati da terra in strade dove si trovava di tutto, le aristocratiche calzavano zoccoletti altissimi. Avevano un loro perché. Oggi invece, quando si vedono delle donne portare tacchi e zeppe spaventose, ci si chiede che senso possano avere queste “protesi” che rallentano il passo, le rendono inattive e le mettono in una posizione di dipendenza e non di autonomia. È una moda che rifissa la donna ad una modalità di oggetto da tenere e da mostrare, non certo di soggetto di pensiero e di azione.
Andiamo ancora più il là. In un momento come questo, in cui ogni giorno si amplificano le differenze economiche e sociali, in cui molte donne, molte giovani non possono permettersi di spendere cifre con tanti zeri, in cui l’autostima rischia di abbassarsi, cosa può succedere?
Mi vengono in mente due immagini. Una riguarda gli anni ‘30/’40 del cinema italiano quando le nostre attrici, imitando le dive di Hollywood, trasmettevano a loro volta una sorta di “ideale femminile” alla donna comune. Il risultato fu che molte donne, per copiare il mito della star platinata alla Jean Harlow, si bruciarono i capelli. Siamo alla massificazione. Il soggetto aderisce a livello identitario a qualcosa di cui capisce poco per sentirsi a sua volta simile a un’attrice, a un mito. In questo modo si tiene alla larga dalla sua realtà e attua una scissione tra la propria dura realtà e il sogno (il cinema stesso crea identificazione nel sogno). Per contrapposizione, alcuni documentari offrono l’altra faccia della luna. E cioè cosa possa significare oggi per una persona giovane, semplice, mitizzare il mondo della televisione e dello spettacolo. Invece di sentirsi valorizzato per la sua etica di persona che, pur nella sua semplicità, fa delle cose di valore, il soggetto assume importanza non per quello che è, ma per come appare, se è bello, ricco, se possiede vestiti firmati, macchine fantastiche ecc. Se l’elemento valoriale è questo, chi ha sempre imitato le classi superiori, senza pensiero si adegua a questa modalità pensando che se non ha il giubbotto firmato e non va in televisione non vale nulla. Questo ci fa capire perché spesso assistiamo a trasmissioni da voyeur. Da voyeur di sentimenti. Pur vivendo in un’epoca di freddezza di sentimenti, come spettacolarità facciamo lo show dei sentimenti.
Ma questo porta alla schizofrenia.
Gran parte delle malattie di cui oggi soffriamo sono più psicotiche che nevrotiche, vedi la schizofrenia così come le grandi forme di mitomania, che poi è l’altra faccia della grave depressione. Il soggetto che non riconosce più un valore per ciò che è realmente - perché se non ha non vale nulla - va in depressione, e per reggere sogna e diventa mitomane. Perché così tante ragazze che vediamo in televisione vanno in giro in un modo così sgomento?
Sgomento perché guardandole non vediamo la loro storia, perché manca la loro invenzione. La moda è permettersi il proprio stile. Inventarsi significa creare sul nostro corpo, non essere seriali, dei finti manichini plastificati, tutti vestiti uguali. Assistiamo ad una sorta di ripetizione, non esiste più il soggetto con un proprio stile e modo che, piaccia o meno, si diversifica dall’altro.
Cosa può creare nel tempo questa lontananza dalla realtà? Pensiamo solo a quelle madri che imitano le figlie, viste da dietro sembrano della stessa età…
È l’epoca degli eterni adolescenti. Tutto questo crea una fissazione a un corpo idealizzato che non esiste più e che per poter essere tenuto, e contenuto,
ha bisogno di sforzi inauditi che non hanno nulla a che vedere con la storia autentica della persona. Si ricreano dei finti gruppi di appartenenza perché, alla fine, crescere vuol dire permettersi la propria storia e il proprio destino. È evidente che una donna di oltre cinquant’anni non può vestirsi come sua figlia, non perché non possa farlo ma perché penso che l’abito sia “un corpo vuoto che si appoggia su un corpo pieno”. Significa che l’abito parla di qualcosa di molto carnale. Se un soggetto adulto vuole mettersi in competizione con sua figlia, vuol dire che non è più la madre. Ci troviamo davanti alla perdita del simbolico. Solo l’immaginario fa da padrone.
C’è una grande confusione di ruoli.
Occupare un posto significa anche accettare un limite. Quando si è in un posto, quel posto bisogna saperlo tenere. Viviamo in un sociale del disordine totale, dove tutto è intercambiabile. Lacan direbbe che “l’epoca è incestuosa”. Perché l’incesto non era accettabile? Perché se un figlio va a letto con la madre diventa amante, e diventa pazzo perché non è più nel suo posto originario. Questo sociale in cui non si tiene un posto simbolico, dove tutto è possibile, porta a non avere mai un ancoraggio, mai un piacere dell’essere dove sono, mai un ritrovamento di sé, mai un senso dell’attesa. Ma la vita è anche legata ad un’attesa. È in quell’attesa che il tempo si allunga dentro di noi dandoci un pizzico di eternità. Veniamo da una storia passata che, ad esempio, abbiamo potuto apprezzare attraverso l’arte, attraverso dei segni archetipici della nostra vita come direbbe Jung, per cui ci sentiamo meno bruciati dall’esistenza perché ci volgiamo e diciamo “Guarda cosa aveva fatto Leonardo”. Perché in fondo, se ci pensiamo bene, Leonardo da Vinci è un nostro avo e questo ci dà un senso di riposo: “Tu sei erede di una storia”. Bene, l’erede della storia non c’è più, al suo posto c’è un essere che in questo momento è una certa cosa e dopo mezz’ora qualcos’altro. Stiamo alimentando dei soggetti psicotici.
Qual è il rischio?
Il rischio esiste già. Ogni soggetto si forma all’interno della famiglia e all’interno delle strutture. Le famiglie purtroppo sono problematiche perché ognuna ha i propri fantasmi. E la stessa cosa succede alle strutture che dovrebbero consentire ad ognuno il valore della propria soggettività, dovrebbero aiutare a pensare. Al contrario, vogliono che il soggetto agisca invece di pensare, e così ci troviamo in un sociale in cui il pensiero, che richiede di darsi tempo, non esiste più. Questo è il dramma della nostra epoca. La nostra società è solo un agire pulsionale, frettoloso, che è l’agire della morte. Quante volte lavorando, mi capita di dire: “Adesso lei provi a reimparare a pensare”.
Non si elabora più nulla.
Se ci fermiamo a elaborare, le modalità che sono state proposte crollano. Bisogna ubriacare le persone di stupidità perché se si fermano e pensano, potrebbero decidere di non accettare più le umiliazioni che ricevono sul posto di lavoro… Questo continuo ammalarsi è indice di un fatto evidente: il sintomo si presenta, non c’è parola e il corpo si ammala. A un certo punto, dato che il soggetto non elabora, non si permette di esternare sentimenti e desideri e rimuove tutto con la finzione, il suo corpo “scoppia” e si ammala.
Cosa dovremmo fare per tornare ad avere cura di noi?
Una modalità per recuperare noi stessi è riferirsi alla sapienza greca: “Conosci te stesso” ma permettiti di correggere quegli aspetti che, anche se sono piaciuti agli altri, quando non piacciono a te e non ti appartengono hai il diritto di trasformare. Spesso ci troviamo ad essere secondo il desiderio di un altro, a forzarci in una direzione che non è la nostra. Se ci permettessimo di riconoscere chi siamo e quali sono i nostri talenti, saremmo più contenti e offriremmo il meglio di noi agli altri. Continuando a credere che la cosa migliore al mondo è fare denaro, perderemo umanizzazione e solidarietà tra gli uomini. Credo che la fine arrivi quando gli esseri umani smarriscono il senso di cosa sia essere uomo, essere solidale. Per tornare ad avere cura di noi è necessario capire cosa significhi essere un soggetto umano di pensiero, e andare verso il proprio desiderio e la propria soddisfazione nella vita. Occorre però fare tutto questo procedendo all’interno dei propri limiti perché non è vero, come molti pensano, che si può andare avanti divorando e facendo tutto quello che si vuole. Non per niente i bulimici sono sempre più numerosi, così come cresce l’ansia di controllo. Bisognerebbe lasciare andare qualcosa e tenere solo ciò che ci riguarda davvero, darsi una centratura. Chi si occupa di etica potrebbe rioffrire alle persone la loro misura di esistere, che va rispettata. Le persone andrebbero accolte in maniera più minimalista, nella loro dimensione reale, anche piccola. Con la soddisfazione di avere un dono da offrire: un po’ di amore, di solidarietà.
Già, l’amore.
La parola amore, così abusata di questi tempi, non è misurata nei rapporti umani. Cosa vuol dire ama il tuo prossimo? Significa compiere dei gesti di offerta agli altri, un sorriso, un atto di disponibilità. Come dice Edgar Morin, l’etica è la solidarietà verso gli altri. Oggi dominano il senso dell’indifferenza e la mancanza dello stupore. Devi stupirti. Se si maltratta qualcuno non devi rimanere indifferente. Ridiamo valore a parole che offrono suggestioni, amore. Rifiutiamo le parole che passano odio e volgarità. La volgarità è il male di questa epoca dove tutto sembra lecito, e spesso al posto di parlare si gioca la partita dell’aggressione. È necessario ripartire da noi e dal nostro stile. E capire che, quando parliamo, le parole sono pietre. Facciamo più attenzione a quello che diciamo agli altri, le parole che pronunciamo restano dentro di noi, siamo noi che le produciamo e possono tornarci contro. All’Università, cerco sempre di portare avanti un lavoro di questo tipo, per trasmettere semplicemente chi sei come essere umano. Cosa sei venuto al mondo a fare, cos’hai in mente di fare della tua vita? La posizione è: il talento, il valore del soggetto, la ricerca, cosa vuol dire studiare, e cioè sapere, acquisire. Cerco di aiutare i giovani a ricostruire un lavoro di conoscenza, l’analisi verrà dopo. I ragazzi sono educati a volere tutto fino allo spasimo… e alla solitudine, al rapporto virtuale con il computer. Il confronto rappresenta spesso la minaccia dell’altro, e la mancanza di pensiero, la mancanza di parola si traducono in atto aggressivo. E se questa materia aggressiva non esplode contro gli altri implode e diventa malattia.
Dr.ssa Mariapia Bobbioni,psicanalista, studiosa di questioni femmili attraverso la moda e il design. Autrice di diversi scritti, collabora, in qualità di libero docente, con il Politecnico di Milano, Facoltà di Design, Università Bicocca di Milano, Facoltà di Psicologia, Domus Academy. Svolge la sua attività nello studio di Milano e di Cannes (Fr). Per ulteriori informazioni: mariapiabob@libero.it
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